Il centenario dell´invenzione della dinamo

Proponiamo il testo dell’orazione ufficiale tenuta da Giovanni Polvani nelle celebrazioni per il centenario dell’invenzione della dinamo. Il prof. Polvani era un fisico e storico della scienza, successore di Pacinotti sulla Cattedra di Fisica Tecnica a Pisa e primo studioso e “conservatore” del fondo Pacinotti.
Polvani fu presidente del CNR e della Società Italiana di Fisica, negli anni della fondazione della Scuola Internazionale di Fisica di Varenna.

Signor Presidente,

il compito che il Rettore magnifico dell’Università di Pisa ha voluto affidarmi – ricordare e illustrare l’invenzione di Antonio Pacinotti, in questa prima ricorrenza centenaria di essa – mentre mi rende particolarmente orgoglioso e grato della scelta caduta su di me e dell’onore fattomi di poter parlare dinanzi a Lei, e di parlare proprio qui, in questa Università, che già mi vide sui banchi, ragazzo, suscita il dubbio, e col dubbio il timore, di non sapere trovare le parole più adatte, le espressioni più calde, per dire degnamente di Pacinotti, che certo fu tra gli uomini più singolari che la storia della scienza ricordi, perché la sua opera sbocciò, esplose – direi – in una forma singolare, collegandosi in parte a uno dei momenti più singolari, sia della storia dell’indipendenza dell’Italia, sia di quella della fisica qui a Pisa.

Isolare Pacinotti da questa cornice nazionale e locale, sarebbe sfigurarlo, non comprenderlo e quindi non ammirarlo né per ciò che ha fatto, né per come, e dove, ciò che ha fatto debba essere collocato nella storia del nostro Paese.

Bisogna rifarsi a vent’anni prima: al 1839 (Pacinotti non era ancora nato: egli è nato nel ’41), quando si tenne a Pisa il famoso Congresso dei dotti che, per dirla col Giusti, «quel matto del Granduca» che fu Leopoldo II, volle «non conoscendo il bandolo di tener la gente ciuca». E poiché, per seguitare col Giusti, «se la stessa teoria segue, salvo l’eresia, il morale e il fisico, anco il lume di ragione per virtù di riflessione cresce e si moltiplica» i principali risultati del Congresso furono: primo, un rinsaldamento dei vincoli d’italianità tra i dotti dei vari staterelli italiani, secondo, la grande riforma dello Studio Pisano che il Granduca operò un po’ perché, dai tempi del suo avo, Pietro Leopoldo I, «il mestare di famiglia era vizio ereditario» e un po’ perché alcune «birbe» lo avevano consigliato: le «birbe» erano l’Antinoli, il Giorgini, il Ridolfi, il Matteucci ed altri.

Nella riforma Luigi Pacinotti, padre di Antonio, fu passato dall’insegnamento della Fisica sperimentale a quello della Fisica tecnologica, alla Fisica sperimentale fu chiamato da Ravenna il Matteucci – una delle «birbe» – e alla nuova Cattedra di Fisica Matematica e Geodesia fu chiamato da Corfù il Mossotti esule; non solo, ma si mise mano alla costruzione, e in breve fu terminata, di un nuovo e moderno Gabinetto e Teatro di Fisica sperimentale, oggi diremmo Istituto di Fisica sperimentale.

Questi tre uomini, Mossotti, Matteucci e Pacinotti padre, costituirono in breve la grande Scuola di Fisica di Pisa della prima metà del secolo passato, e costituirono anche quel gruppo di fervidi patrioti pisani che portarono nove anni dopo, nel 1848, la gioventù studiosa delle Università toscane a Curtatone e Montanara, col Mossotti Comandante del Battaglione, il Matteucci Commissario di Guerra, il Pacinotti Capitano di una Compagnia.

Il figlio Antonio aveva sette anni quando vide il babbo partire dalla casa di Via S. Maria, e si mise a piangere non perché il babbo andava in guerra, ma perché gli portava via la sciabola, il chepì, la bandoliera che gli servivano per giocare a fare il milite, anzi il Capitano del Battaglione.

Undici anni dopo nel 1859, era proprio lui a partire invece del padre per i campi di Lombardia alla seconda guerra d’indipendenza. Ormai era un giovane fatto: forte di membra e dolce di animo e, come tutti i giovani, sognatore; ma erano di una particolare specie i sogni che perseguiva.

Molte cose erano avvenute nell’Università di Pisa in quegli undici anni tra la prima e la seconda guerra. Sostanzialmente l’Università stava raccogliendo i rigogliosi frutti della riforma del 1840. In particolare la Scuola di Fisica si era sviluppata grandemente: altri due professori, già allievi della stessa Università, e tra i maggiori fisici che l’Italia abbia mai avuto, Enrico Betti e Riccardo Felici, si erano aggiunti ai primi tre. La Scuola pisana di Fisica era veramente all’apice.

A questa scuola si veniva formando Antonio Pacinotti, come studente di Fisica. Come tale frequentava il Gabinetto del Matteucci e ancor più quello del padre, dove già da ragazzetto si era dato ad armeggiare con apparecchi, strumenti, arnesi di officina, così come oggi i nostri ragazzi armeggiano con le valvole, le pile, i fili di rame, ecc. Aveva anche, Pacinotti, frequentato le lezioni del Betti e del Mossotti, le quali erano tutto succo e avevano il carattere della più spinta attualità; e frequentato anche, aveva, le lezioni del Felici, il grande maestro della Fisica sperimentale pisana, il suo grande maestro, quegli che certamente formò la mente del giovane alla visione chiara, sicura dei fenomeni fisici, specie di quelli assai complessi dell’induzione elettromagnetica e dell’elettrodinamica, nei quali il Felici aveva una competenza teorica e sperimentale veramente eccezionale come attestano i suoi celebri lavori.

Un particolare dell’opera del Felici a proposito di detti fenomeni bisogna qui ricordare. Egli è il primo che considera il solenoide torico, il solenoide «neutro», come egli lo chiamò, il solenoide che non avendo terminazioni polari è incapace di azioni dinamiche, è astatico, come si dice.

Ora certo Pacinotti aveva dal Felici stesso appreso tutto ciò; ma acutamente egli vide che l’astaticità del solenoide poteva essere distrutta e si potevano fare spuntare due poli sull’elica torica, cambiando la situazione topologica del circuito: basta chiudere l’elica su se stessa e appoggiare i due fili di alimentazione su due punti diversi del solenoide, perché in quei due punti nascono due poli opposti: il «solenoide neutro» del Felici si trasforma così nell’«anello» di Pacinotti.

L’occasione a questa capitale osservazione fu data a Pacinotti da due questioni pratiche allora di grande attualità nella Fisica: quella della costruzione di una macchina ad induzione generatrice di corrente elettrica costante e quella della misura delle correnti elettriche.

A proposito di queste due questioni la situazione che in Fisica si era venuta formando, era la seguente.

Fin dalle prime esperienze di Faraday sull’induzione (esperienze che risalgono al 1821), si era visto come, eccettuato il caso dell’induzione unipolare, un movimento periodico di un circuito immerso in un campo magnetico inducente, generi nel circuito stesso correnti alternative. Queste ebbero subito qualche applicazione pratica; ma non conoscendosi la complessa fenomenologia di quel tipo di corrente, la costruzione delle macchine elettriche e l’impiego di correnti alternative si svolgeva per pratica grossolana. D’altra parte, l’abitudine alla corrente continua, formatasi con decenni di uso delle pile, era troppo radicata per permettere di concepire d’un tratto grandi applicazioni delle correnti rapidamente e periodicamente variabili nel tempo. Da questa posizione tradizionalistica, nacque il problema della «dinamo» per corrente continua. Il quale era sentito non solo dai tecnici, ma anche, e forse più, dai fisici; che, se negli elementi voltaici e negli accoppiamenti in pila di essi avevano trovato un prezioso mezzo d’indagine, presentivano quanto maggiore vantaggio sarebbe loro venuto dal sostituire quegli elettrogeneratori, così scorbutici nel funzionamento ed esigenti nella manutenzione come sono le pile, con macchine ad induzione, che dessero correnti costanti e fossero di facile e sicuro funzionamento. Escluso l’impiego dell’induzione unipolare, che già Pacinotti padre aveva tentato di sfruttare nelle sue «pile elettromagnetiche», ma che non offre risultati di ampia applicazione per essere troppo piccole le forze elettromotrici che forniscono le macchine fondate su di essa, la soluzione del problema doveva necessariamente ricercarsi in macchine ad induzione non unipolare, dotate quindi necessariamente di un gioco di commutazione. Si avvisi subito che il problema inverso di quello dell’elettrogeneratore meccanico, cioè il problema del motore per corrente continua, era invece assai meno sentito perché, mentre già si conoscevano, per mezzo delle pile, quali e quanti mezzi offrisse l’elettricità nello studio dei fenomeni chimici e termici, non si valutava esattamente quale potesse essere la sua importanza nei fenomeni meccanici e nelle grandi applicazioni meccaniche. Pertanto il problema del motore interessava più che altro come questione elegante da risolvere: ottenere, per mezzo dei fenomeni elettrodinamici di Ampère, una coppia motrice costante o almeno un rapido succedersi d’impulsi cospiranti. In realtà, bene inteso, il problema era uno solo, quello di ideare e realizzare un opportuno commutatore che riducesse minime le extracorrenti e producesse una commutazione quasi continua; ma, ripeto, questo unico problema era sentito in guisa diversa secondo che esso veniva considerato sotto la specie del motore o dell’elettrogeneratore. Tentativi di motori elettrici e di generatori elettrici, per correnti costanti o raddrizzate o alternative si erano avuti in Italia e fuori d’Italia.

Ma queste macchine, sia quelle ideate da Italiani sia quelle ideate da stranieri non offrivano una soluzione veramente pratica né per il problema del motore né per quello dell’elettrogeneratore.

Accanto a questo duplice problema, un altro d’importanza non minore s’imponeva ai fisici nella stessa epoca di cui parliamo: quello, cioè, della misura delle correnti. I galvanometri, dopo i preziosi miglioramenti del Nobili, del Marianini, del Gherardi si prestavano assai bene, con le disposizioni fondamentali della bussola dei seni e di quella delle tangenti, ai confronti tra correnti, sia di quelle deboli, sia con l’artificio della derivazione insegnato dal Marianini, di quelle forti; ma mancavano di comparabilità, dipendendo le loro indicazioni da un parametro strumentale che non è possibile né mantenere rigorosamente costante in un medesimo strumento, né rendere rigorosamente uguale in strumenti diversi.

Su questi due problemi Pacinotti volse la sua attenzione. Ed è da pensare che egli avesse sia il fermo proposito di vedere a fondo quali vie di risoluzione si potessero tentare, sia la speranza, la fiducia – oh, cosa non può fare la giovinezza! – che la vittoria gli arridesse. È da pensare questo dico, se egli credette opportuno appuntare quello che via via gli passava per la mente.

A tal fine andò in Piazza del Montino, alle cartolerie di Angelo Valenti e comprò un quinternuccio da un soldo, di quelli usati dai ragazzi delle elementari; sulla copertina scrisse «1858», e dentro, in testa alla prima pagina, «Sogni»[1].

Sogni di mezza estate, si potrebbe dire veramente, perché il quinternuccio fu incignato di Luglio.

Mai sogni furono così aderenti alla realtà.

Il suo pensiero – scusate, mi riprendo, il suo «sogno» fluisce chiaro, esatto, senza esitazioni, senza errori, sicuro di sé: ne è testimonianza esteriore la stessa scrittura di Pacinotti, limpida, ferma, piena di chiaroscuri, con i «d» arricciati all’indietro quasi a tradurre graficamente la mossa della testa di un ragazzo che cacci via dalla fronte una ciocca di capelli….

Il primo appunto è una specie di breve preludio: tratta di come mettere in chiaro le variazioni del magnetismo terrestre; ma ecco, subito dopo, il secondo e il terzo appunto trattare proprio delle macchine elettromagnetiche e della misura delle correnti: sono i due tempi fondamentali del «sogno», sono i due problemi dell’epoca. Il ragazzo ne è preso totalmente. Tocca il primo con qualche acuta osservazione; passa al secondo e ne dà una soluzione corretta, ma macchinosa. Egli immagina che il suo anello – cioè, come abbiamo visto, l’elica torica del Felici, privata della sua astaticità col chiuderla su se stessa e applicarle due reofori su punti opposti della linea equatoriale esterna – venga sostenuto col suo asse orizzontale e sia per metà circondato, come da un mantello, da una elica semitorica tenuta fissa[2]. Le due eliche sono poste in serie con opportuni contatti e attraversate dalla corrente da misurare. I poli che si generano all’estremità dell’elica semitorica interagiscono con quelli dell’anello: ne insorge una coppia che fa ruotare l’anello. Si può limitare la rotazione rendendo solidale con l’anello un pendolo che spostandosi per effetto della rotazione dalla verticale generi un momento meccanico giusto contrario a quello della coppia elettrodinamica. La disposizione, che è del tipo elettrodinamometrico idiostatico, è meccanicamente complessa, difficile quindi a realizzarsi, inopportuna.

Il ragazzo se ne accorge. Il suo sogno forse lo porta per altri lidi, a tentare nuove vie… Chissà? Ma ecco ritornare ben chiaro e preciso.

È vero: la disposizione non è conveniente come reometro, ma se si abolisce il pendolo compensatore della coppia elettrodinamica, la medesima disposizione non potrebbe essere buona per fare un motore? Sì, certo. E inoltre è proprio necessaria l’elica semitorica? Non può essere sostituita con due calamite a ferro di cavallo poste a guardare con i loro poli la linea equatoriale, proprio a cavaliere dei punti dove i reofori la toccano ? Sì, certo.

E il ragazzo scrive con la bella e calma calligrafia, in mezzo alla pagina del suo libretto dei «Sogni»: «Macchina elettromagnetica senza interruzione di circuito» e sotto in ventitre righi ne fissa il principio[3]. Il motore elettrico a corrente continua è ormai inventato, anche se per ora non è stato né costruito né sperimentato: anche se per ora è solo un sogno! Data? Estate 1858.

Il sogno devia poi per altri lidi: tocca l’elettricità elettrostatica, la decomposizione elettrolitica, la termoelettricità e nuovamente – si sa come fanno i sogni – torna al luogo donde è partito: alle macchine elettromagnetiche considerandole ora però in funzione di dinamo.

Nuovo titolo in mezzo alla pagina: «Corrente continua indotta», e sotto: «Se nel toro» – cioè nell’anello – «non si manda più la corrente della pila, ma si gira a forza dinanzi a due calamite o permanenti o temporarie, si avrà una corrente indotta continuamente diretta nello stesso senso. Si potrebbe per conseguenza usare di tale apparecchio per ottenere una corrente d’induzione diretta sempre nello stesso senso… ». La dinamo a corrente continua è ormai inventata, anche se per ora è solo un sogno! Data? Fine del 1858.

Ma presto il sogno si dilegua e subentra viva operante la realtà. Il ragazzo scrive:

«Addì 10 Gennaio 1859.

Sul principio ponendo i poli opposti delle calamite dirimpetto alle molle di contatto con l’elica ho avuto sensibili deviazioni e l’ago del galvanometro, s’intende, girando uniformemente la ruota, si manteneva in una deviazione costante… Un polo nord messo ad una estremità del diametro normale a quello che unisce le molle di contatto sull’elica dà una forte deviazione quando si giri la ruota… Rovesciando il senso della ruotazione si rovesciava anche il senso della corrente»[4].

Il primo esperimento è eseguito. La dinamo a corrente continua è sperimentata e va!

10 Gennaio 1859! Lo stesso giorno Vittorio Emanuele II, all’apertura della Sessione del Parlamento, pronuncia quel suo memorabile discorso che è squillo per la seconda guerra d’indipendenza. Un fremito guerriero pervade l’Italia. E casa Pacinotti, che già aveva dato il padre Luigi Capitano nel Battaglione toscano del ‘48, che già fra il ‘42 e il ‘46 accoglieva giovani studenti dell’Ateneo Pisano per discutere questioni patriottiche, che all’occhiuta polizia venivano presentate come questioni di Fisica, casa Pacinotti dà ora volontario alla nuova guerra il figlio Antonio.

Via! Non v’è tempo per studiare l’anello, per passare dall’esperimento di laboratorio alla costruzione della macchina o di un modello di essa. Via! Fissare rapidamente sul quinternuccio qualche appunto sull’esperimento fatto, qualche idea nuova (per esempio sostituire l’elica continua con una serie di rocchetti, fare a parte il commutatore e armarsi e partire e correre per difendere – come diceva il proclama del Re – «la libertà del popolo, l’onore del nome d’Italia, il diritto della Nazione».

Ma pur tra le marce, tra i bivacchi, tra le vigilie delle battaglie, il pensiero di Pacinotti, quando può, ritorna al suo anello. E due sere prima che i cannoni fossero resi muti dall’armistizio di Villafranca, Pacinotti, a Goito, seduto sopra un ciglione, presso un fascio di fucili, pensa di aumentare l’azione della calamita fissa sopra l’anello col fare in questo alcuni denti che, sporgendo, riempiano gli intervalli fra i rocchetti che debbono sostituire l’elica continua.

Finalmente, pochi giorni dopo il 20 Luglio 1859, Antonio Pacinotti torna a Pisa a fare lo studente. Gli urge riprendere la scuola, ma più gli urge dare forma completa alle sue invenzioni, passare dall’esperimento schematico alla costruzione almeno di un modello della sua macchina. Ed eccolo porsi al lavoro nel Gabinetto del padre, e con le sue stesse mani e con l’aiuto del meccanico Poggiali, costruire in pochi mesi la celebre «macchinetta» che subito, docile ed ubbidiente, va alla prima prova, va come motore e come dinamo, perché come motore e come dinamo subito Pacinotti la sperimentò.

Da più di un anno egli non scriveva sul suo quinternuccio. Ma ora ha un fatto eccezionalmente importante da notare, e nella pagina dove finisce l’appunto nel quale aveva fissato le sue prime idee sulla «Macchina elettromagnetica senza interruzione di circuito», scrive così:

«Poscritto, Aprile 1860. La macchina elettromagnetica della quale le prime idee si trovano qui sopra registrate è stata da me costruita in piccolo modellino…Agisce bene assai come macchina magnetoelettrica giacché dà una corrente continua sempre in un senso e molto intensa».

Intanto viene l’epoca degli esami e Pacinotti fa il suo dovere di bravo studente, poi negli ozi estivi stende la descrizione della macchinetta, ne discute le varie parti, la disposizione, ne indica i vantaggi, segna le modificazioni utili da portare, ecc. Tornato a Pisa riprende a sperimentare con la sua macchinetta determinandone la potenza, il rendimento, come variano questi elementi al variare della corrente d’alimentazione del campo, al variare della coppia motrice, ecc. Non solo, ma della macchina sbozza una teoria matematica generalizzando quell’Jacobi, l’unica che allora esistesse sulle macchine magnetoelettriche.

Probabilmente tutti questi studi dovevano servirgli per una memoria completa sulla sua invenzione. Ma Pacinotti non sa decidersi mai di darla alle stampe: vorrebbe costruire prima la macchina industriale grande e potente. Purtroppo i mezzi non ci sono.

Intanto, forse per ragioni economiche, forse per qualche contrasto, nel Maggio 1862 lascia Pisa e va a Firenze a far l’astronomo: là scopre una cometa; poi si dà allo studio degli effetti fotoelettrolitici; quindi si arrovella a trovar modi pratici per utilizzare il calore solare. Passano gli anni.

E la sua invenzione? Oh, non gli cade di mente: ne è testimonianza una lettera del 1863 dove, parlando dello sfruttamento del calore solare in Africa, dice testualmente che con la sua macchina magnetoelettrica si potrebbe «spedire il sole che avanza all’Affrica ad illuminare le notti invernali in Europa del Nord»[5].

Gli anni seguitano a passare; né la pubblicazione vede la luce, né la macchina grande viene costruita. Subentra la sfiducia. L’altrui indifferenza, l’altrui incomprensione lo vincono: il ragazzo poco più che ventenne è abbandonato dagli uomini fatti che lo circondavano. Riccardo Felici, il Matteucci, amico di Casa Pacinotti e che moltissimo stimava Antonio e che, data la sua eminente posizione politica, potrebbe agevolmente aiutarlo, il Mossotti, il padre stesso non si occupano di questo ragazzo geniale e prodigioso: forse non afferrano l’importanza dell’invenzione o non vi hanno fiducia; o forse, più semplicemente, come tante volte purtroppo succede, non hanno voglia di distaccarsi un momento dal loro comodo tran-tran e fare qualcosa per gli altri. Comunque Pacinotti è ormai solo, abbandonato; e il suo «sogno» è finito.

E allora avvenne il magnanimo suo dono: piuttosto che attendere inutilmente la nuova costruzione, si dia al mondo l’invenzione, senza prendere brevetti, senza cercare lucro, senz’altra ambizione che quella – santissima – che l’invenzione sia legata al suo nome, al nome di Antonio Pacinotti.

Così nel 1865, dopo più di cinque anni di attesa e di ricerche conchiuse in amara delusione, Pacinotti dà alle stampe, la descrizione della «macchinetta», offrendo agli altri quel successo che il suo sogno gli aveva fatto sperare, e la realtà negato[6].

Comunque i meriti e le priorità di Pacinotti rispetto alla macchina ad anello sono ben precisi. Egli l’ha inventata, l’ha costruita, ne ha riconosciuto la reversibilità, l’ha sperimentata quantitativamente, ne ha cercato di fare la teoria matematica, ne ha preconizzato l’impiego per il trasporto dell’energia a grandi distanze, e infine – aggiungiamo ora – ha mostrato per primo con pubblico sperimento eseguito nel 1869, a Bologna, la possibilità di detto trasporto[7].

Negare a lui uno qualsiasi di questi meriti, una qualsiasi di queste priorità è falsare la storia.

Sembrerebbe che da questo falso tutti dovessero rifuggire. E invece, purtroppo, ripetutamente e anche di recente, si è cercato di fare questa violenza alla storia, affermando che altri ha indipendentemente e senza plagio alcuno inventato di nuovo la dinamo e il motore elettromagnetico a corrente continua. Questa rinvenzione – diciamo così – sarebbe avvenuta nel 1871 per merito di un operaio, un capo officina belga. Al preteso merito di costui già si oppose Pacinotti con ripetuti e documentatissimi scritti. Qui uscirebbe veramente dai confini del mio compito il trattare la questione. Ma il tacerla del tutto potrebbe sembrare assentimento.

Ciò sarebbe contro la coscienza. Dirò quindi il minimo indispensabile appoggiandomi a documenti sicuri.

Il capo officina cui si è accennato pubblicò nel 1871 nei «Comptes Rendus» dell’Accademia di Parigi, una breve nota nella quale descrive una macchina magnetoelettrica a corrente continua, che è sostanzialmente la macchina di Pacinotti.

Chi si limita a codesto solo scritto può pensare effettivamente che quell’operaio abbia escogitato da sé la disposizione che descrive. Ma c’è un altro documento da considerare, ignoto a molti e taciuto dalla più parte degli storici della scienza. Il documento cui alludo è il brevetto n. 87938 preso in Francia da codesto operaio il 22 Novembre 1869. In esso sono descritte cinque disposizioni diverse, ciascuna delle quali dovrebbe secondo lui costituire un modo di realizzare una macchina ad induzione a corrente continua. Ora due di coteste disposizioni, precisamente la quarta e la quinta, sono sbagliate: vuol dire che macchine costruite su coteste disposizioni, come dinamo non danno corrente, come motori non girano. E lo sbaglio è tale da testimoniare in maniera indubbia la più badiale e sostanziale ignoranza delle leggi dell’induzione e dell’elettrodinamica. Le rimanenti disposizioni poi non sono che la disposizione di Pacinotti, e le macchine costruite su quella disposizione vanno ancor oggi benissimo, eccome!

Da queste circostanze ognuno tragga la conclusione che vuole.

Personalmente dirò che quel brevetto, mi ricorda stranamente quei compiti di scuola che, per la parte che lo scolaro ha fatto da sé, sono pieni zeppi di errori e, per la restante che ha copiata dal compagno bravo, stanno bene!

Ma perché parlare di questo triste episodio? A ognuno si dia e si lasci il merito che ha: a Pacinotti quello di avere inventato la macchina magnetoelettrica a induzione a corrente continua, al capo officina belga quello di averla costruita su scala industriale.

Né quel capoofficina ha bisogno di togliere a Pacinotti qualche merito o qualche priorità, né Pacinotti a lui. E l’insister troppo nel falsare la storia finisce sempre col recar danno alla reputazione di chi la falsa.

Di contro a questo falso si erge nobilissima la dirittura morale di Pacinotti e il suo sommo equilibrio nel giudicare di sé e degli altri. «Io sono umiliato» – disse infatti in occasione delle onoranze tributategli nel 1911, l’anno prima che morisse – «io sono umiliato di tanta bontà che veggo intorno a me, perché se io qualche cosa ho fatto, il merito è dell’epoca in cui ho vissuto, epoca nella quale ferveva il lavoro di tutta l’umanità perché si sentiva universalmente il bisogno di perfezionare le embrionali macchine elettrodinamiche.

«Io non ho fatto dunque altro che seguire l’impulso che mi veniva dalle circostanze esterne, e costruii una modesta e piccola macchinetta, anzi un modellino il quale, a parer mio, meglio di tutte le altre macchine congeneri che allora si conoscevano rispondesse al concetto di generare una corrente elettrica sensibilmente continua e fornisse un motore con coppia torcente uniforme. E se ben ora si riflette, ben poca cosa è stato quello che io ho fatto e ben poca l’importanza che vi diedi… È dunque il lavoro del mondo tutto, di cui io non fui che un semplice fattore, che ha dato questo prodotto che la vostra benevolenza a me attribuisce. Circostanze posteriori mi obbligarono a abbandonare i diletti studi… e sento proprio di dover domandare venia all’umanità per aver fatto tanto poco».

La lezione di Fisica e di Morale che ereditiamo da Pacinotti, ci ammonisca ad arrestarci dinanzi a lui per ammirarlo «con le ginocchia della mente inchine».

[1] Il quinternuccio è conservato nell’Archivio Pacinotti presso la Domus Galilaeana di Pisa. Nello stesso Archivio è conservato anche un secondo quinternuccio, del 1860, dove Pacinotti dà la descrizione completa della «macchinetta». Vedi più avanti.

[2] Primo quinternuccio dei «Sogni», pag. 13.

[3] Sogni, l° Quinternuccio, pp. 45, 46.

[4] Sogni, l° Quinternuccio, p. 17.

[5] Archivio Pacinotti presso la Domus Galilaeana, Pisa. – Lettera al padre, in data 19 Luglio 1863.

[6] A. Pacinotti, Descrizione di una macchinetta elettromagnetica, «Nuovo Cimento», Serie I, Vol. XIX, 1864, p. 378.

[7] A. Pacinotti, Sopra una piccola macchina dinamo-elettrica, «Nuovo Cimento», Serie II, Vol. III, 1870, p. 127.

Da: Annuario dell’Università di Pisa per l’a.a. 1959-1960.

http://www.sba.unipi.it/content/contenuto-aggiuntivo/centenario-dell’invenzione-della-dinamo

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